La Fiom fa politica a Roma, ma in Italia la Cgil apre alle intese aziendali

Dai talk-show alla piazza, passando per i tavoli con governo e Confindustria, i metalmeccanici di Fiom-Cgil continuano a mostrare il loro volto più riottoso e radicale, condizionando non poco la Cgil di Susanna Camusso – spiegano gli osservatori di cose sindacali – e il suo atteggiamento verso il governo Monti. Allo stesso tempo però, sul posto di lavoro, avanza in tutta Italia quella contrattazione aziendale che la Cgil avversa in nome della difesa del contratto nazionale. E’ quanto emerge da dati elaborati dal ministero del Lavoro e che il Foglio ha potuto consultare. Leggi La reazione provinciale e corporativa di Passera sulla Fiat di Francesco Forte
5 DIC 12
Ultimo aggiornamento: 09:46 | 5 AGO 20
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Dai talk-show alla piazza, passando per i tavoli con governo e Confindustria, i metalmeccanici di Fiom-Cgil continuano a mostrare il loro volto più riottoso e radicale, condizionando non poco la Cgil di Susanna Camusso – spiegano gli osservatori di cose sindacali – e il suo atteggiamento verso il governo Monti. Allo stesso tempo però, sul posto di lavoro, avanza in tutta Italia quella contrattazione aziendale che la Cgil avversa in nome della difesa del contratto nazionale. E’ quanto emerge da dati elaborati dal ministero del Lavoro e che il Foglio ha potuto consultare.
Ieri si è registrata un’altra frattura del fronte sindacale. Mentre Federmeccanica, Fim-Cisl e Uilm siglavano il contratto nazionale per oltre un milione e mezzo di metalmeccanici (con un aumento salariale di 130 euro nel triennio 2013-15), Fiom-Cgil non era nemmeno seduta allo stesso tavolo. Il segretario generale delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini, lamentava l’esclusione da parte degli interlocutori, e intanto era in piazza – dove sarà anche oggi – per lo sciopero generale della categoria. Sciopero contro cosa? Contro “un allargamento del modello Fiat a tutto il settore metalmeccanico”, ha detto Landini in un’intervista all’Unità. Torna dunque lo spauracchio di Sergio Marchionne, l’ad di Fiat che tra 2010 e 2011 ha abbandonato Confindustria e ottenuto – con il consenso della maggioranza dei lavoratori – contratti aziendali ad hoc per gli stabilimenti italiani del Lingotto. La Cgil non ha mai accettato quella svolta. Perciò nel settembre 2011 fece barricate contro l’articolo 8 del decreto 138 del governo Berlusconi che riconosceva al contratto aziendale ampie possibilità di deroga rispetto a quello nazionale. E ancora, a novembre, il sindacato di Corso Italia non ha firmato nemmeno l’accordo raggiunto tra le parti sociali sulla competitività e che il governo Monti ha “premiato” con sgravi fiscali per i salari di produttività concordati in azienda. Eppure, anche per attingere in futuro a quei 2,1 miliardi di incentivi, in molte imprese la contrattazione aziendale avanza. Con il consenso della Cgil.
Alessandra Servidori, consigliere nazionale di Parità al ministero del Lavoro e docente all’Università di Bologna, dirige l’Osservatorio sulla contrattazione nazionale e decentrata al quale affluiscono dal 2011 i dati di tutte le Direzioni provinciali del lavoro, e al Foglio dice: “Abbiamo schedato un totale di 1.988 intese. Tra accordi sottoscritti e informali, emerge che la pratica della contrattazione di prossimità con elementi di novità per l’organizzazione del lavoro è ormai diffusa tra le parti sociali. Il problema è che alcuni sindacati, per ragioni ideologiche, hanno timore di rendere esplicita la pratica”. La Servidori, in particolare, ragiona sugli effetti di un “avviso comune” firmato dalle parti sociali (Cgil inclusa) nel marzo 2011 per bilanciare al meglio “tempi di vita e di lavoro”. Su 645 intese aziendali finora analizzate nel dettaglio, almeno 329 sono giudicate “interessanti” dal dicastero guidato dal ministro Elsa Fornero. Così si scopre per esempio che, grazie a un accordo integrativo dello scorso marzo, la Sanpellegrino deciderà a livello aziendale la distribuzione degli orari settimanali o mensili, adeguandoli sia “alle differenti esigenze produttive” che a quelle della vita privata dei lavoratori. Un comitato ad hoc per rivedere welfare aziendale e produttività l’ha costituito anche Gucci. Pure in alcuni supermercati delle Coop si stringono “accordi sperimentali” per trovare turni e orari più efficienti e vicini alle esigenze delle lavoratrici. Poi ci sono decine di altri casi di aziende più o meno note che in questi mesi hanno stipulato contratti con i sindacati per modificare orari, part-time, congedi parentali, welfare aziendale o introdurre il telelavoro. “Le buone pratiche organizzative a livello di singola impresa motivano i lavoratori, limitano l’assenteismo e in definitiva incentivano la produttività – conclude la Servidori, un passato in Cgil –. Molte di queste intese sono firmate da sindacalisti Cgil. Le persone competenti, infatti, giudicano i vantaggi per i lavoratori e non valutano tutto con l’approccio ideologico che ritiene ‘intoccabile’ il contratto nazionale deciso a Roma”. E l’intesa sulla competitività voluta da Monti, siglata da tutti i sindacati ma bocciata dalla Cgil, rischia ora di ampliare lo “spread” tra battaglia politica e vita aziendale.